Il Ringhio inaspettato

Giampiero Gasperini è il nome più “caldo” per sedere sulla panchina del Milan 2019/20. Maurizio Sarri che pure i “tam tam” di mercato indicano con veemenza quale probabile sostituto di Gennaro Gattuso a partire da giugno prossimo, segue a stretto giro di “posta”. Tra i due in vantaggio parrebbe proprio l’attuale allenatore dell’ Atalanta il cui contratto con gli “orobici” andrà in scadenza tra due anni, il 30 giugno 2021. Gasperini si farebbe preferire per taluni motivi ritenuti essenziali e di non poco conto. In primo luogo perché pochi allenatori non solo in Italia ma anche in Europa sanno lavorare così bene con i giovani come sta facendo e ha sempre fatto lui. In secondo luogo perché il Genoa prima e l’Atalanta adesso hanno sempre prodotto e producono (vedi adesso l’Atalanta n.d.r.) un calcio godibile, moderno, spettacolare e frizzante. In ultimo perché la voglia di Gasperini di dimostrare a tutti, a 61 anni suonati, Inter in primis, di essere un allenatore competitivo, moderno e in grado di affermarsi pure alla guida di una “grande”, è viva e assolutamente consistente. Gasperini non desidererebbe altro. Precisamente da quando è stato esonerato dai nerazzurri “targati” Moratti dopo appena 5 partite nel 2011. Una “lavata di faccia” che “Gasp” non ha mai né digerito né dimenticato.

Il “Ringhio” che mai ti saresti aspettato

L’avventura di Gattuso al Milan rischia di terminare prima del previsto. Sabato prossimo a Torino ci giocheremo tutto contro i granata. Se il Milan non batterà i torinisti il quarto posto si allontanerà in maniera oseremmo dire definitiva. In men che non si dica tutti i più ambiziosi programmi del Milan attuale diverrebbero carta straccia. Una Waterloo sportiva che sarebbe meglio evitare. Non ce ne voglia Ringhio ma nella scelta della tattica e della formazione che è stata mandata in campo contro la Lazio il 24 sera scorso, abbiamo scorto, nel nostro allenatore, poco confortanti segnali di politica “emotiva” drastica e spicciola fuori, a nostro modesto avviso, da ogni contesto che potesse riguardare la naturale lettura della gara stessa. Traduciamo: è come se Gattuso avesse studiato la partita solo e soltanto per dare al suo “censore” Leonardo quelle risposte che covava in animo da tempo e che da tempo avrebbe voluto dargli. E questo a prescindere da qualunque fosse stato il risultato finale. Tra i due, si dice, non esista unità di intenti. Gattuso non avrebbe resistito oltre. Non stava nella pelle. Si dice addirittura che avrebbe voluto dimettersi già qualche settimane fa e che questo pensiero si agiterebbe ancora nella sua mente specie adesso che la Coppa Italia è definitivamente tramontata. Ringhio non è uno che le manda a dire. Non ha mai gradito la solitudine in cui Leonardo lo avrebbe collocato nei tanti momenti di difficoltà patiti dalla squadra e dal tecnico milanista. Troppo strana e fuori da ogni prospettiva tattica la formazione che Gattuso ha opposto alla Lazio. Leonardo, grande professionista, è anch’egli un “duro”. Crede moltissimo nelle sue idee e nel suo modo di intendere il calcio. Difficile immaginare che tattica e formazione “anti” Lazio possano essergli piaciute. “Tam tam”, “rumors”, voci di corridoio, opinioni spicciole, stranezze varie. Chiamiamole come vogliamo. In un modo o nell’altro hanno inciso. Ci perdonino Gattuso e Leonardo che sono sempre stati e sono tuttora professionisti colti, onesti, leali, seri e preparati. L’occasione per dare la “stura” a dubbi e perplessità è più che ghiotta. La sconfitta coi biancocelesti ci ha lasciato basiti. Ci corre l’obbligo di manifestare la nostra opinione a seguito della batosta (amarissima) patita. Per molti versi inaspettata. Si è concretizzata così, tra ombre e dubbi, la peggiore partita che il Milan avesse mai potuto giocare e/o immaginare.

La sferzata di Gattuso

Che Gattuso stesse studiando qualcosa di “nuovo” per imbrigliare tatticamente il suo amico Simone Inzaghi, lo avevamo capito bene e da tempo. Ma mai e poi mai avremmo immaginato uno stravolgimento metodico così importante come quello che Gattuso s’è fatto uscire con veemenza dal cilindro magico la sera di mercoledì scorso. Il Milan si sarebbe giocato l’accesso alla finale di Coppa Italia, mica quisquilie. Ancora adesso non ci capacitiamo. Ci sembra tutto stranissimo. Mai il Milan aveva giocato con il 3-4-3. Mai aveva affidato a Caldara la regia difensiva della squadra. Mai Caldara aveva giocato da titolare in rossonero in una difesa a tre. Era la prima partita in rossonero del talentuoso, giovane centrale ex bergamasco ed ex juventino. Troppe novità in una partita sola e così decisiva non potevano non stupire e mandare in “tilt” anche il più affezionato sostenitore del nuovo Paron. E i dubbi continuano e continueranno a pervadere con insistenza tutti gli sportivi e i sostenitori rossoneri noi compresi fino a chissà quanto tempo ancora. La pillola s’è rivelata troppo indigesta. Specie adesso che la squadra s’è prodotta nella peggiore partita dell’anno. Gattuso fino alla gara contro la Lazio aveva ben fatto o comunque alternato prestazioni buone ad altre inguardabili. Ha lavorato con discreta disinvoltura nonostante Leonardo l’estate scorsa non gli avesse offerto, per mancanza di tempo e di opportunità, una campagna acquisti di primissimo piano. Però il Milan rimane “colpevolmente” una tra le pochissime squadre al mondo a non sapere sfruttare le potenzialità e la classe dei propri centravanti. Questo deve fare riflettere. Il gioco dei rossoneri è troppo scolastico e troppo poco offensivo. I centravanti vengono ripetutamente abbandonati al loro destino. La squadra è troppo “operaia” e priva di inventiva. Aggiungiamoci pure che i nostri giocatori non sono fenomeni e che quando la squadra prende gol ha troppe difficoltà a rimontare e a fare propria la partita.

Elliott prepara l’epurazione

Un Milan in Champions verrebbe adeguatamente potenziato. Un Milan fuori dalla Champions andrebbe incontro a una inevitabile rivoluzione. La considerazione che fa più riflettere è che il Milan non ha in organico veri fuoriclasse. Stiamo parlando della squadra che fu di Gianni Rivera, Franco Baresi e Paolo Maldini. Stiamo parlando del fantastico “team” di Nereo Rocco, Arrigo Sacchi, Fabio Capello e Carlo Ancelotti; della squadra che ancora oggi ricorda le memorabili gesta di campioni e fuoriclasse purissimi e indimenticabili come lo furono, tra tantissimi altri, Prati, Altafini, Gullit, Rjikaard, Van Basten, Seedorf, Weah, Shevchenko e Kakà. Oggi in rosa abbiamo calciatori bravi ma che col Milan non c’entrano nulla. Dovrebbero giocare altrove, non in rossonero. A questo “scempio” il gruppo Elliott dovrà pensare di riparare prima possibile. Urgono rimedi. Rimarranno sicuramente in rossonero Donnarumma, Reina, Calabria, Conti, Caldara, Romagnoli, Bonaventura, Paquetà, Piatek. Forse Cutrone, Musacchio, Rodriguez, Bakayoko e Kessiè. Per tutti gli altri non c’è al momento, né potrebbe esserci, alcuna certezza. Suso compreso.

Claudio D’Aleo

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