Aldo Maldera

Enrico Bonifazi

Giocatore dotato di grande facilità di corsa in progressione, soprannominato “il Cavallo” per le sue galoppate. La sua indole offensiva lo spingeva spesso nei pressi dell’area di rigore avversaria dove riusciva a scardinare le difese segnando molte reti pesanti. E’ stato uno degli eroi del decimo scudetto rossonero e seguì il Milan anche in serie B.
Esiste una linea di continuità. Un filo conduttore che collega le grandi epoche rossonere passate e corre lungo la fascia sinistra del rettangolo di gioco. Quattro anni fa ci fu il commovente saluto del numero 3 per antonomasia, Paolo Maldini. Riavvolgendo il nastro di oltre un ventennio si possono ammirare le sgroppate di Alberigo Evani e molto più indietro, nel decennio che va dalla metà degli anni sessanta al ’74, la potenza fisica di “Volkswagen” Schnellinger. Poi, a collegare i pezzi di storia in quel settore del campo, ci fu (dal 1973) un “certo” (ma suonerebbe meglio definirlo una certezza) Aldo Maldera. Un giovane cresciuto nel vivaio del Milan con una sola piccola parentesi vissuta nel Bologna per arricchire il suo bagaglio di esperienza e le sue ossa, ovviamente, di calcio. Venne subito richiamato alla “base” per architettare una squadra capace di andare a caccia dello scudetto della stella. Il piano (che si rivelò a lungo termine), non poteva non comprenderlo.

Aldo Maldera in azione

Alto e snello, dotato di una poderosa progressione, un potentissimo tiro dalla distanza, forte e agile nel dribbling e abilissimo nei cross, Maldera diventò infatti un’arma per scardinare le difese. La sua facilità di “galoppo” e la propensione a spingersi con grande continuità dalle parti dell’area avversaria, ne fecero uno “stoccatore” in grado di mettere a segno 30 reti durante la fetta rossonera della sua carriera calcistica.  Negli almanacchi venne ribattezzato Maldera III, dato che Attilio e Luigi (i suoi fratelli maggiori), vestirono entrambi la maglia del Milan. Suo padre, pugliese, si trasferì a Milano con moglie e due figli perché il capoluogo lombardo apriva, in quegli anni, le porte sul mondo del lavoro e delle opportunità. In quel peridodo, sotto il cielo milanese, il 14 Ottobre del 1953, nacque Aldo. Inevitabile nel suddetto periodo in cui un muro, un barattolo, un rotolo di giornali o due alberelli “tutto era una palla e tutto era una porta”, non sbocciasse l’amore per il calcio. Sempre in cortile ad inseguire un pallone, i Maldera, disegnarono il loro destino tra le dinastie in maglia rossonera, malgrado l’ostilità iniziale del padre che per loro avrebbe preferito lo studio e impieghi in grado di garantire un futuro. L’orizzonte di Aldo invece, proseguendo le strade tracciate dai fratelli, si materializzò nella San Siro milanista. Nel 1977 arrivò il suo primo trofeo: la Coppa Italia. La finale contro l’Inter venne disputata in uno stadio Meazza sciabordante di spettatori, in uno spettacolo di cori e bandiere rappresentanti una città spaccata in due dalla fede calcistica. Fu proprio Maldera a sbloccare una partita complicatissima al 22′ della ripresa. Venne assegnato un calcio di punizione dal limite in favore dei rossoneri e sul pallone si portò Gianni Rivera. Improvvisamente Maldera effettuò un taglio dalla fascia sinistra verso il centro dell’area. Il Golden Boy non esitò a scucchiaiare oltre la barriera un pallone da baciare che ricadde proprio davanti al terzino rossonero. Aldo, come fosse la cosa più semplice di questo mondo, si produsse in una semirovesciata spettacolare per impattare la sfera e farla piombare alle spalle di Bordon. Splendida azione dei due uomini simbolo di quel Milan. La partita venne chiusa allo scadere dal raddoppio di Braglia e la festa iniziò sulle ceneri dei cugini nerazzurri. Per Maldera arrivarono anche le prime convocazioni in nazionale oltre alla consacrazione, anche se in azzurro, la concorrenza del giovaneCabrini (per cui Bearzot stravedeva), non gli permise la conquista di molto spazio. Nel 1979, a coronamento di una stagione strepitosa in cui il “cavallo” mise a segno ben nove reti pesantissime, il Milan conquistò lo scudetto più atteso, il decimo, quello della stella. Ai guanti di Albertosi e al piede fatato di Gianni Rivera, si unirono i baffi diMaldera come simbolo del diavolo stellato. Fu l’apice al Milan. Seguito da una caduta a precipizio dopo un campionato mediocre e da dimenticare, sfregiato in maniera indelebile dallo scandalo del calcio scommesse. Al termine del campionato 1979-80, la squadra venne retrocessa all’ultimo posto per una serie di irregolarità sportive commesse da alcuni tesserati. Per la prima volta, la serie B vide tra i partecipanti i diavoli rossoneri. Maldera, malgrado le lusinghe di grandi club nella serie A, decise di rimanere al Milan a soffrire guadagnandosi la stima dei tifosi. Il ritorno nella massima serie fu immediato ma macchiato da una nuova retrocessione, stavolta sul campo. Il bisogno urgente di tagliare le spese mantenendo una rosa composta da ragazzi giovani del vivaio, convinse la società a vendere Maldera, corteggiato lungamente dalla Roma del “Barone” Nils Liedholm. Per il lombardo dalle radici pugliesi si aprì un nuovo periodo vincente. I giallorossi soffiarono lo scudetto alla Juventus grazie ad una marcia trionfale che li vide al comando della classifica dall’inizio alla fine. Nella stagione successiva, Maldera sollevò la sua seconda Coppa Italia inasprita dall’epilogo della finale di Coppa dei Campioni, persa soltanto dopo i calci di rigore contro il Liverpool. Una ferita difficile da rimarginare che a distanza di anni ancora brucia un po’. Nel 1984-85, l’ex terzino milanista, disputa il suo ultimo campionato in giallorosso prima di passare alla Fiorentina. Superati oramai i trent’anni, la sua spinta sulla fascia si affievolì e il perdurare di alcuni problemi fisici, gli impedì di collezionare un buon numero di presenze in viola. Aldo Maldera, dopo due stagioni con più bassi che alti, lasciò i gigliati per ritirarsi definitivamente dal calcio giocato. In una recente intervista ha ricordato le parole di uno dei suoi allenatori, Francesco Zagatti: “Chi volta el cul al Milan, volta el cul al pan”, per non cancellare le origini, il bisogno di fare sacrifici e sottolineare quale grande occasione fosse la squadra rossonera per il figlio di un emigrante, con la grande passione per il calcio. Le spalle al Milan, Aldo, non le voltò. Neppure alla prospettiva della serie B, rinunciando addirittura a giocarsi il posto in nazionale per questo. Aldo Maldera, uno dei grandissimi, uno degli eroi della stella. Maldera o (come scrivono negli archivi calcistici) Maldera III, per questioni anagrafiche ma sempre primo nei nostri cuori.

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