Antonio Conte: l’eterno rivale in campo e in panchina

Antonio Conte: una rivalità che dura da molti anni ma anche una stima della dirigenza meno dei tifosi

Antonio Conte: da giocatore con Marcello Lippi ha vinto tutto. Da allenatore ha confermato quello che era da giocatore trionfando anche all’estero con il Chelsea. Primo allenatore a vincere sia la Serie B che la Serie A

Una rivalità incandescente sia sul campo, sia sulla panchina quella tra Antonio Conte e il Milan. Un “nemico” di quelli da odiare perché sanno come vincere; la traversa di Manchester però trema ancora e la coppa risplende nella bacheca rossonera.

Antonio Conte: a quanti rossoneri nel sentire questo nome si drizzeranno i capelli. Fin dai tempi “antichi” della Juventus trapattoniana (1991), quando l’allora allenatore bianconero lo volle fortemente acquistare dal Lecce, per tentare di frenare l’egemonia del Milan degli invincibili. Inizialmente il suo “piano” fallisce anche se il giovane leccese si rivela una base fondamentale per la Juve del futuro. La sua caratteristica principale è la grinta che lo rende versatile, capace di lottare per tutto il rettangolo di gioco e andare a segno con buona continuità, grazie ad una precisione estrema nel tiro e ad una gran coordinazione. I suoi inserimenti alle spalle delle punte lo rendono una mina vagante e fanno proprio del Milan uno dei suoi bersagli preferiti. I rossoneri dominano la scena italiana fino al 1994 e durante questo periodo, Conte raccoglie con la Juventus “soltanto” un trionfo in Coppa Uefa (pur senza scendere in campo nella finale). Il salto di qualità della squadra bianconera avviene sotto la guida di Marcello Lippi che alla sua prima esperienza sulla panchina della Juventus (nella stagione 1994-95) conquista scudetto, Coppa Italia, Supercoppa Italiana e finale di Coppa Uefa (persa da strafavoriti contro il Parma). Specificità del gioco di Lippi è l’agonismo. Calciatori generosi e mastini in ogni ruolo con Vialli e Del Piero ispiratissimi in avanti. Conteriesce a dare sempre un ottimo contributo alla squadra in ogni competizione pur non essendo titolare fisso. E’ la Juventus sulla quale aleggia però l’ombra del doping. Nell’aula di tribunale i sospetti si tramutano in certezze e il “lievitamento” anomalo delle cosce di Vialli, Ravanelli, Del Piero, Peruzzi e altri, dapprima attribuito all’utilizzo della palestra, viene spiegato con la somministrazione di creatina e nandrolone. In seguito la Juventus verrà assolta ma non “per non aver commesso il fatto” ma perché si trattava di sostanze allora non comprese, seppur dopanti, tra la lista dei farmaci vietati; dunque “il fatto non consisteva allora reato”, regola immediatamente cambiata come spesso acade nel calcio italiano, a danno compiuto. La Juventus primeggia dunque in Italia e nonostante un campionato deludente l’anno successivo (scudetto nuovamente al Milan), riesce a conquistare dopo un’interminabilefinale contro l’Ajax la Champions League allo stadio Olimpico di Roma. Conte s’infortuna verso lo scadere del primo tempo e il problema lo costringe alla sostituzione (che gli impedirà di prendere parte con la nazionale agli europei del 1996). Nel corso della stagione 1994/95, oltre ad assaporare temporaneamente la fascia da capitano, segna il suo primo gol contro Milan grazie ad un destro al volo dal limite, potente e preciso, a cui farà seguito il pareggio di Weah (gol che indirizzerà verso Milano il tricolore). Con la partenza di Vialli diviene capitano a tempo pieno anche se la stagione successiva (1996/97) è da dimenticare a causa di una ricaduta dall’infortunio subito contro l’Ajax. Unica soddisfazione (seguita alla conquista dell’Intercontinentale alla quale non potrà contribuire) è la vittoria nella finale di Supercoppa Europea contro il Vicenza, con un nettissimo 3 a 0 chiuso proprio da una sua rete. Due scudetti consecutivi riportano la Juventus sul piedistallo della Serie A ma arrivano anche per i bianconeri gli anni di “magra”; un campionato disastroso, quello 1998-99 (titolo al Milan), fa da prologo al biennio 2000-2001, caratterizzato da due secondi posti che definire brucianti è davvero limitativo. Sotto la guida di Ancelotti la Juve polverizza record di punti ma viene sorpassata all’ultima giornata (memorabile per la partita persa nella “palude” del Curi di Perugia) dalla Lazio di Eriksson e nell’anno seguente è preceduta di sole due lunghezze dalla Roma di Fabio Capello. Antonio Conte, trova le sue soddisfazioni con la nazionale e durante gli europei del 2000 segna uno spettacolare gol in rovesciata nel match di esordio (vinto 2 a 1 dall’Italia) contro la Turchia. Sulla falsa riga delle due “maledette” annate della vecchia Signora, anche l’Europeo sfuma in extremis, al quarto minuto di recupero della finalissima, quando Wiltord pareggia per la Francia il gol del vantaggio azzurro di Del Vecchio portando la sfida ai supplementari dove Trezeguet (che al termine dell’estate diverrà suo compagno in bianconero) mette a segno il golden gol per i blues. Durante la terza giornata del campionato 2000/2001, Antonio Conte torna ad “infastidire” il Milan segnando poco prima del novantesimo il gol del pareggio in un match nel quale i rossoneri si erano trovati in vantaggio per due reti a zero nel corso del secondo tempo. La Juventus torna a dominare in Italia, sempre detestata e contestata dai tifosi delle altre squadre ma sempre e comunque vincente. Suoi sono gli scudetti 2002 e 2003, il primo vinto al fotofinish ai danni dell’Inter e il secondo, dopo un lungo duello con entrambe le milanesi caratterizzato da una fuga finale solitaria. La rivincita rossonera arriva però a Manchester, dove Milan e Juventus il23 Maggio del 2003 si trovano di fronte nella serata più amara dell’intera carriera di Antonio Conte. Nel corso della ripresa, dopo un primo tempo stradominato dal Milan, emerge la Juventus. E’ proprio in questa fase che Conte si avventa su un cross perfetto di Del Piero ma il suo plastico colpo di testa in tuffo s’infrange sulla traversa ed è lì che la Juve esaurisce le sue energie, quasi come se avesse realizzato che non è serata. Il Milan soffre nei supplementari (rimasto praticamente in dieci con un Roque Junior stirato) ma l’immagine che il mondo più ricorderà (e noi milanisti porteremo sempre nel cuore) è lo sguardo da bambino di Sheva, freddo come un crotalo nel trasformare il rigore che, se fallito, poteva spalancare le porte dell’inferno ma che regala invece ai rossoneri un posto d’onore in paradiso. Finisce qui la storia calcistica di Antonio Conte, con quel montante che tremola e brucia più di una fiamma viva, seguita dalla sua ultima stagione in bianconero (2003/2004) piuttosto insignificante. Decide di allenare e le sue prime esperienze sono disastrose. Dopo una salvezza raggiunta in extremis (ma soltanto da vice) a Siena,  siede sulla panchina dell’Arezzo che al termine della stagione di Serie B 2006/2007 retrocederà in C1 anche a causa di una parallela sconfitta casalinga della Juventus contro lo Spezia all’ultima giornata che condannerà i granata. Conte lancerà parole di fuoco verso la sua ex società: “Rispetto i tifosi ma non i giocatori” (in campo tra gli altri c’era anche Del Piero). “Sono deluso; retrocedere così fa male, però mi fa capire cose che già sapevo… Evviva questo calcio pulito”. Riguardo alla coerenza dimostrata in seguito lascio giudicare i lettori. La batosta serve a fare le ossa da tecnico al leccese che dopo un campionato mediocre (sempre fra i cadetti) alla guida del bari, porta i galletti alla conquista della Serie A nel maggio del 2009. Nella stagione successiva (2009/2010), Conte siede sulla panchina dell’Atalanta subentrando a Gregucci ma l’esperienza è deludente e Conte rassegna le sue dimissioni (l’Atalanta retrocederà). Poi arriva l’esperienza convincente a Siena e il passaggio successivo alla Juventus (svolta nella sua carriera da allenatore) dove dopo aver trasmesso uno spirito guerriero alla squadra, riesce nell’impresa di conquistare tre scudetti consecutivi pur ottenendo risultati più che mediocri in Europa. I tifosi juventini, come spesso accade, di fronte alle vittorie dimenticano i veleni e Conte, nonostante le dichiarazioni scottanti di sei anni prima diventa l’eroe da inneggiare e artefice della resurrezione bianconera. Dopo i tre anni felici e vincenti però qualcosa si rompe con la dirigenza e Conte, attratto dalla panchina della nazionale lasciata libera dopo la parentesi prandelliana, abbandona la Juventus improvvisamente, a pochi giorni dal raduno estivo 2014 (lo sostituirà Allegri). Senza Conte e la sua chiacchieratissima chioma, la Juventus è probabilmente (non riesco a dire più simpatica) meno antipatica. C’era una canzone di Roberto Vecchioni il cui testo recitava: “che voglia di un nemico vero, perlomeno vivo, bastardo come ai vecchi tempi, meglio se cattivo, di quelli che han ragione sempre che tu perdi sempre che son nati solo per fargli male… che nostalgia di odiare!” ed è un pensiero che riassume in un certo senso la rivalità. Contro Conte abbiamo vinto e abbiamo perso ma è stato sempre bello affrontare un rivale vero e Conte era davvero bravo a lottare in campo e a motivare la squadra ma era altrettanto bravo a farsi odiare.

dnamilan.com

 

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