Samir Beloufa: la brutta copia di Baresi

Samir Beloufa: e il Napoli a portarlo in Italia poi passò a Milan dove veniva considerato l’erede di baresi. Fece esonerare capello mentre Zaccheroni lo spedì subito alla Primavera

Samir Beloufa: con la Primavera riuscì senza però essere titolare a vincere il Viareggio del 1999 con Mauto Tassotti in panchina. Rimane questo l’unico successo

Nell’affanosa ricerca di un clone di Thuram, il Milan battè naturalmente la pista francese e si aggiudicò le prestazioni del talentuoso (?) Samir Beloufa del Cannes. Si ritroverà al Monza, con molti altri “geni incompresi” del calcio.

Spesso capita di sentir dire in giro, da presunti esperti interplanetari di calcio mondiale, che un certo giovinotto che gioca in un certo club sconosciuto può essere, anzi sarà con assoluta certezza, l’erede di questo o quel campione. È giovane, di sicuro avvenire. È già fortissimo ora, figurati cosa diventerà a 23-24 anni. Tecnicamente ha tutto, se avrà testa diventerà un fenomeno. Si è diffusa, da una quindicina d’anni a questa parte, una folle caccia al giovane rampante: è una strategia perfetta per i club che vogliono risparmiare sul cartellino, che sperano di mandare in pensione qualche vecchietto troppo pretenzioso, che vogliono insomma costruire un nuovo ciclo. Peccato non basti la carta d’identità acerba a garantire il futuro luminoso di un calciatore, anche se questo dato non sembra ancora entrare nella testa di molti alti dirigenti, operatori di mercato e tifosi.

Uno di questi bluff clamorosi, uno dei tanti, riguarda un ragazzetto di origini algerine ma, come molti dei suoi compatrioti nordafricani, di nazionalità francese: Samir Beloufa. Nato nel 1979 a Melun (un’insignificante provincia parigina), Samir comincia la sua esperienza calcistica facendo la spola fra diverse società giovanili di prestigio mondiale, fra le quali il Melun, il Moissy e il Le Mée, prima di entrare a far parte del giro di una squadra quantomeno conosciuta a livello locale, il Cannes, passaggio a dir la verità abbastanza scontato visto il passato da spacciatore del ragazzo. Da lì il nome del giovane Samir comincia ad entrare di diritto nei taccuini di molti operatori di mercato, stonati all’inverosimile dall’ottimo hashish che il procuratore del giovane virgulto faceva girare a livello promozionale nelle sedi più squallide e deprimenti del calciomercato di serie Z. Fuma qui, fuma là, si apprende che il contratto del giovane franco-algerino va in scadenza nell’estate 1997: prelevarlo costerà allora solo il prezzo della carta da bollo, rigorosamente di marca Rizla. È un affare annunciato. Il Napoli è il primo club ad interessarsi e, abilmente, la fa subito franca: il ragazzo sbarca alle pendici del Vesuvio nell’aprile 1997, accompagnato dal procuratore Moreno Roggi, un vecchio volpone. L’accordo c’è, anche se non c’è ancora il nero su bianco, ma l’affare a detta di tutti è concluso, tanto che Samir comincia anche ad allenarsi col Napoli sin dal primo giorno di ritiro, il caldissimo 12 luglio 1997. In condizioni proibitive, sotto un sole cocente, il neo-allenatore partenopeo Bortolo Mutti rilascia un’intervista, mentre i suoi ragazzi, in lontananza, sudano come bestie durante l’allenamento. Fra questi c’è anche un nuovo giocatore, col volto da innocente ragazzino, che spaesato fissa un pallone, mentre cerca di capire cosa farne di quell’oscuro oggetto tondeggiante: è proprio lui, è Samir!

Indicato in patria come l’erede di Thuram, o forse semplicemente come il lustrascarpe di Zebina (con cui, tra l’altro, aveva anche giocato), Samir Beloufa è apparentemente un difensore, alto e forte di testa, dicono anche bravo ad impostare l’azione, perché dotato di un piede elegante. Addirittura i primi giorni di ritiro napoletano si allena coi centrocampisti, o forse semplicemente cercava qualche cliente da quelle parti, non è dato saperlo. Sta di fatto che, all’improvviso, tutto sfuma: il procuratore non si accorda più col Napoli, probabilmente perché la mercanzia ha fatto gola a qualche società più ambiziosa. Spunta infatti, dal nulla, il Milan: Capello e Galliani lo prelevano da un coffee-shop abusivo ed in quattro e quattrotto lo vestono di rossonero. Don Fabio è fortemente convinto che Samir Beloufa possa divenire l’erede di Baresi: ma come, direte voi, un altro?! In quel periodo, effettivamente, il buon Fabio vedeva ovunque emuli di Francuccio: oddio ne avesse azzeccato uno.

\ Capello lo aggrega temporaneamente coi grandi, giusto per capire di che giocatore si tratta, visto che, nonostante i proclami, fino a due giorni prima nemmeno lui l’aveva sentito mai nominare. Si tratta di un difensore lento come una tartaruga zoppa, completamente privo di fosforo, in grado di colpire sporadicamente di testa qualche innocua palla vagante. Capello capisce l’andazzo e lo tiene in prima squadra, giusto per non fare figure barbine coi media e la società, ma sapientemente non lo schiera quasi mai. Il povero Samir gioca un paio di inutili spezzoni di gara, anche in periodi di infortuni apocalittici che teoricamente avrebbero potuto aprirgli la strada alla titolarità. Conclude la disastrosa stagione 1997/1998 con 3 presenze all’attivo ed il decimo posto in campionato, che costerà al suo mentore Fabio l’esonero dalla panchina rossonera. Ad Alberto Zaccheroni, neo-allenatore del Milan, bastano pochissimi minuti d’allenamento il primo giorno di ritiro, nell’estate 1998, per capire che Samir Beloufa non è nemmeno degno di portare a spasso il cane di Baresi. Alla fine dell’anno Zac, il Milan e Samir Beloufa festeggeranno alla grande l’anno del centenario rossonero: Alberto porterà a casa lo scudetto numero 16, Samir Beloufa vincerà da (non) protagonista l’ambitissimo Torneo di Viareggio con le giovanili. Sarà il suo primo ed ultimo trofeo vinto in maglia rossonera.

Ma il ragazzo è giovane, deve farsi le ossa, non è scarso. Galliani decide così di mandarlo in prestito al Milan B, il Monza, dove tra l’altro trova un altro ex-erede di Baresi: Dario Smoje. A fine anno saranno 12 le presenze ufficiali, di cui solo una da titolare, e circa 12.000 i tifosi imbufaliti che chiederanno alla società la sua testa. Oramai è chiaro che Samir altro non è che una pippa patentata. Da qui comincia il tour all’estero in prestito, tipico dei giocatori talmente scarsi da non trovare acquirenti, che solitamente si conclude con la naturale scadenza del contratto: Samir prima viene spedito al Losanna, poi all’Anversa, riuscendo nell’impresa di non imporsi nemmeno in queste due formazioni semiprofessionistiche. Incredibile a dirsi, al termine della stagione 2001/2002, Il Bastia fa una telefonatina al Milan, chiedendo informazioni sullo status di Samir Beloufa: si narra che Gerard Gili, neo-allenatore degli azzurri di Francia, fosse rimasto stregato dalla potenza allucinogena dei prodotti caserecci del ragazzo. Il Milan non ci pensa mezza volta e lo impacchetta, destinazione Francia, in cambio di qualche rotolo di carta igienica e di una cassa di vino mediocre. Manco a dirlo, l’annata francese si dimostrerà pietosa, quasi peggio di quella dei vini spediti al Milan in cambio del suo cartellino: a fine anno verrà ceduto all’unica pretendente ancora interessata a Samir Beloufa, la squadra belga del Mouscron. Qui Samir passerà due anni tutto sommato tranquilli, facendo onestamente il suo lavoro di pseudocalciatore e rinunciando allo spaccio di stupefacenti, tanto che il suo bel faccino da incensurato gli regalerà addirittura la convocazione in nazionale maggiore: quella algerina, non quella francese. Nel 2004 partecipa alla Coppa d’Africa con l’Algeria, che verrà però eliminata agli ottavi dal Marocco: anche gli algerini si rendono conto dell’immensa scarsezza del giocatore, liquidandolo dal giro della nazionale. Nel 2005 passa al Westerloo, sempre in Belgio, dove trascorre due anni giocando ogni morte di papa, per poi passare all’Helsingborg, in Svezia, dopo aver miseramente fallito un provino con lo Sheffield. Al termine della stagione Samir rimane senza squadra, fino al 2010, quando verrà ingaggiato dall’Olympic Charleroi, una squadra di quartiere formata da pensionati e vecchie donnacce di malaffare, dove ancora oggi si cimenta in cose che col calcio hanno poco a che fare. Forse la cosa che gli riesce meglio.

Gabriele Li Mandri

dnamilan.com

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